Storia di marchette e falsi (e inutili) moralismi in tempi di sentenze problematiche della Corte Costituzionale

Cosa c’entra la prostituzione con la recente sentenza della Corte Costituzionale sulla Legge Fornero?

di Gigi Paganelli

Prostituzione1-800x540

Nella sua recente sentenza i Giudici delle Leggi, sia pure con strettissima maggioranza hanno rinfocolato la polemica sui “diritti quesiti” in ambito previdenziale. Avrebbero potuto iniziare a demolire la fortezza delle situazioni “di costo” e a volte di privilegio che non si possono modificare nel passato ma solo per il futuro, perché ormai rappresentano diritti consolidati da qualche legge.
Invece la Corte ha così aperto la nota, grave falla nei conti dello Stato. Non nel senso che la Legge Fornero abbia fatto un danno contabile ma nel senso che un’ingente quantità di risorse economiche che pensavamo di aver risparmiato, dovrà essere invece sborsata con effetto retroattivo.
Ci dicono che i soldi non ci sono e che dovrà essere inventato qualche escamotage per non far pesare un nuovo esborso di miliardi di euro (all’anno) su conti già in equilibrio precario e sui quali pende la minaccia di un nuovo aumento di IVA ed accise.
E qui viene istintivo rivolgere il pensiero a tutte quelle attività “umane”, che in questo Paese continuano ad essere illegittime, nonostante siano praticate in modo pressoché indisturbato, e non vengono né regolate né tassate solo perché a tanti piace dire (e magari non praticare) che siano immorali.
Potremmo far riferirmento all’uso personale di cannabinoidi ma vale forse la pena di ragionare anzitutto di prostituzione.
In diritto si definisce “meretricio” il contratto con cui una donna o un uomo fanno commercio “di servizio” del proprio corpo dietro corrispettivo in denaro o altra utilità.
Come noto, nel sistema giuridico italiano il meretricio non costituisce reato. Ai sensi dell’art. 3 della famosa “Legge Merlin” (L. 20 febbraio 1958 n.75) é reato qualsiasi forma di sfruttamento della prostituzione: sia il reclutamento e l’asservimento di prostituti o prostitute, sia l’organizzazione e la tenuta di case di tolleranza, comunque mascherate.
Non é reato, invece, l’esercizio della prostituzione da parte di un individuo per i fatti suoi.
E questi sono elementi di diritto di pubblica notorietà da anni.
Meno nota é la vicenda civilistica del “contratto di meretricio”.
Sempre sulla scorta della Legge Merlin, infatti, le corti civili ritengono che tale negozio giuridico non sia meritevole di tutela giurisdizionale perché “contrario al buon costume”, ossia contrario alle regole di decenza, ovvero in urto contro i principi e le esigenze etiche della coscienza collettiva. Così si esprime la Suprema Corte di Cassazione in un sentenza del 18 giugno 1987 (n.5371/87).
Ne consegue che, ai sensi dell’art. 2035 del codice civile, nessuna persona prostituitasi potrebbe mai rivolgersi ad un giudice per ottenere la condanna di un cliente a pagare il prezzo del servizio reso e nessun cliente insoddisfatto potrebbe mai ottenere una sentenza che condanni la persona prostituitasi a restituire quel prezzo.
Si tratta palesemente di una zona grigia del nostro sistema giuridico: il contratto esiste e viene quotidianamente praticato da migliaia di persone in Italia, senza che però sia regolato.
Di questo atteggiamento pilatesco del Legislatore Italiano rispetto alla prostituzione conosciamo tutti la conseguenza più assurda: anche volendo, nessun individuo che eserciti professionalmente la prostituzione può aprire una partita IVA e pagare le imposte sui redditi, salvo poi beccarsi legittimissime sanzioni tributarie in virtù di accertamenti induttivi sui suoi redditi non dichiarabili.
Rispetto alla legalizzazione della prostituzione, si riscontrano in Europa atteggiamenti normativi assai differenziati.
La Svezia sembra essere la capofila dei rigorosi contro la prostituzione. Sostiene la maggioranza degli Svedesi che sia immorale favorire un’attività che genera degrado della persona in genere e delle donne in particolare.
In altre nazioni, come l’Austria, si discute del fatto che, alla fine, il fenomeno commerciale e sociale della prostituzione esiste e regolamentarla serve proprio ad intervenire positivamente per prevenire e sanare quel degrado che invece nell’illegalità alligna: alla fine prevale l’idea che, visto che esiste ed é diffusa, tanto vale renderla un affare lecito e mettere così sotto tutela tante giovani persone che la esercitano, nonché trarne il debito contributo per il miglioramento della società civile.
In linea con quest’ultima logica, la Germania (con l’illustre precedente dell’Olanda) può considerarsi la capofila della legalizzazione.
In un noto articolo del 3 novembre 2013 il prestigioso quotidiano Die Welt stimava in circa 15 miliardi di euro (Prostitution – hier (noch mehr Zahlen – Streng vertraulich! Das WELT Investigativ Blog) il volume d’affari della prostituzione in Germania.
Riferendo all’Italia un volume d’affari simile, posto che abbiamo una popolazione di un quarto inferiore a quella tedesca, potremmo stimare in 12 miliardi il “fatturato” medio annuo che oggi sfugge al nostro erario, senza contare un altro paio di miliardi e mezzo di IVA, nonché i contributi che verrebbero versati all’affamatissimo INPS, oltre a tutto l’indotto, per esempio nell’edilizia, derivante dalla ristrutturazione di ambienti dedicati a tale professione.
Visto che nessuno di noi é… senza peccato, forse dovremmo smetterla di lapidare adultere in pubblico col pretesto della “morale”, salvo poi consentirne o peggio favorirne la frequentazione ed il commercio in privato. Da qualche parte, in certi Libri che molti Italiani dicono di rispettare e venerare, pare stia scritto che chi si comporta così rientra nella categoria dei “sepolcri imbiancati”.
Gigi Paganelli

Commenti

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here