Ganga Style alla Brianzola

Ganga style alla brianzola, visto il mestiere che fa è sin troppo facile fare dell’ironia. Giancarlo Sangalli, il re del cassonetto, lo conoscono in tanti in zona. Conoscevano meglio dire. Anche perché da qualche giorno molti sono “evaporati”. Quasi tutti. Io conosco lui, i figli, soprattutto Patrizia che più degli altri due ha ereditato dal padre il carattere e l’esuberanza. Curata sino all’eccesso, senza un capello fuori posto non ce la vedo proprio in una cella con due zingare, ma sono sicuro che se la caverà. Le auguro di uscire presto da questo girone infernale e di tornare a sorridere.

 Giancarlo, il numero uno della spazzatura in Italia, non era un personaggio qualunque di Monza. Era Monza. Un modo di fare e di essere. Figlio di una città che conta. I soldi, soprattutto. Quel tipo di uomo che ha cavalcato la politica e gli affari per 50 anni, facendo diventare Monza quello che è ora. La terza città della Lombardia o il buco del culo del mondo. Dipende dall’angolazione cui la si guarda. Casa, lavoro, danee. Spietato negli affari, generoso con gli amici che passavano da lui a battere cassa. Sempre, ovunque e di tutti i colori politici. E quando dico tutti, non escludo nessuno. Vuoi che sia stato un “piccolo” contributo per la festa di partito, vuoi per la mega riunione al Palasport con tanto di veline e don Mazzi presenti.

Sangalli Allievi Formigoni
Da sinistra: Dario Allevi, Aldo Brancher, Giancarlo Sangalli, Roberto formigoni e don Mazzi

Lui, a prima vista, poteva sembrare un sempliciotto, ma nel momento in cui l’interlocutore abbassava la guardia ammaliato dal modo di fare, quest’ultimo era già fregato. Perché Giancarlo è nato con il fiuto degli affari. Era riuscito persino ad incantare gli arabi ottenendo un appalto milionario negli Emirati appoggiandosi certo a consulenti, ma soprattutto sfoderando quella gestualità italica e risate che avevano fatto la differenza con i concorrenti che più o meno proponevano le stesse cose. Incentivi compresi. Cosa poi lo avesse spinto a prendere la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti a Luanda capitale dell’Angola, solo Dio lo sa. Eppure aveva vinto anche lì. E lo raccontava con orgoglio facendo vedere foto e masterplan (certo la sua pronuncia non era proprio da Oxford).

I suoi dipendenti lo adorano. Per loro “Il Giancarlo” non è il principale è un papà, una spalla su cui piangere e chiedere qualche favore per il figlio, la zia, un lontano parente perorare l’assunzione per qualche amico in difficoltà. Lui non diceva mai di no.

Un personaggio insomma. Giancarlo poteva stare benissimo sul palco di Zelig per via delle sue battute e simpatia ammaliante. Nel 1992 era rimasto sfiorato dalle vicende di Tangentopoli. Gli avevano trovato 20milioni di lire cucite nella fodera di un materasso che stava per “regalare” ad un politico. Non si era scomposto. “Grazie dottore – aveva detto ad un allibito Antonino Cusumano l’inflessibile procuratore capo di allora – li avevo persi e me li ha fatti ritrovare”. Come non ridere…

Lui che aveva messo su un impero iniziando con un trattore tedesco usato, comperato ad una fiera in Germania inseguito dalla disperazione di suo padre. Si è fatto da solo. E a sentirlo parlare si capisce ancora adesso. Dialetto, battute, risate. Quando si tratta di soldi, Giancarlo diventa rigido come uno squalo che neanche quelli di Wall Street. “Ho fatto la fame – diceva – mica come quei fighetti lì della finanza che non sanno distinguere un contratto serio dalla carta igienica usata”.

sangalli clean city

Una volta che era particolarmente incazzato con il sottoscritto, per via di alcuni articoli critici nei suoi confronti, aveva preso il vezzo di storpiare il mio cognome chiamandomi Pirovano. Ci conoscevamo da anni e non riuscivo a capire il perché di quella ostinazione verbale. Quando, dopo mesi di insistenza, gli chiesi conto, lui, candido, disse: io ti chiamo come voglio, quanto vuoi per farti chiamare Pirovano? Passa in ditta da me domani che chiudiamo l’affare. Come non ridere anche in questo caso. Battute certo, ma che erano il suo modus operandi. “Tutti hanno un prezzo, basta avere i soldi per pagare” chiuse l’argomento aggiungendo un ironico… Pirovano.

In molti si ricordano il suo 80esimo compleanno quando i figli gli hanno fatto un regalo facendogli trovare in casa, per una festa privata, Manuela Arcuri. Si proprio l’attrice che è sempre stata il suo debole per via delle tette grosse e generose che erano un po’ il suo vezzo senza mai diventare volgare. E l’anno prima ancora (per i 79 anni) la torta gigantesca da cui sono uscite due ballerine cubane con Giancarlo che teneva banco nei balli come un provetto “dancer” anni Cinquanta. Alle sue cene eleganti (nel vero senso della parola e non “arcoriano” del termine) tutti i maggiorenti di Monza partecipavano. Sindaci, presidenti di provincia, assessori, consiglieri, pure il governatore della Regione Formigoni era un ospite abitudinario. Senza dimenticare prefetti e autorità varie.

Io scrivevo dei commensali e del menù senza essere presente. Lui leggeva, s’incazzava e infine scherzava. “Ma sì va, l’è tutta pubblicità… ho bisogno di lavorare io…”. Era impossibile volergli male. Il suo ristorante preferito (la Cambusa di Cinisello Balsamo) era lo stesso del ministro Paolo Romani. E quelle volte che mi ha invitato a cena con la sua famiglia, ironizzava chiedendo al cameriere:” lo faccia sedere dove sta il ministro quando viene qui così potrà dire di avere messo il culo su di una poltrona…” (le parole che seguivano quella frase sono taciute per decenza, ma indicavano a me la scarsa considerazione che Giancarlo aveva della classe politica…)

Con il suo fare brianzolo ti spiazzava e si finiva sempre a parlare dell’Arcuri, il suo sogno di ottantenne. O dell’ennesimo aneddoto che faceva scompisciare dalle risate per come era raccontato.

Ricordo. Una volta scese dall’aereo poco prima del decollo, perché il secondo pilota aveva una faccia da menagramo e si era sentito male. Lui aveva interpretato la cosa come di cattivo auspicio per il suo affare da concludere negli Emirati Arabi. E giù ad imitare la scenetta delle hostess che volevano trattenerlo a bordo e lui che cristonava in dialetto. Spettacolo. E poco importa se al ristorante c’erano altre decine di persone che si erano fermate a guardare il teatrino ridendo a crepapelle per il comico con il pallino degli affari milionari.

O ancora di quella volta che con un elicottero, assieme all’avvocato di grido e all’ex sindaco di successo, se ne era andato a Pisa a vedere una partita del Monza calcio. “Go dà un pasag” (gli ho dato un passaggio, ma il dialetto in questo caso non rende…)

Che Giancarlo avesse rapporti con la politica lo sapevano anche i sassi. Che alle sue cene, con gamberoni di “mezzo metro” come scrissi una volta (non me l’hai mai perdonata perché aveva cucinato la moglie), partecipassero i maggiorenti di destra e sinistra della Monza bene era motivo d’invidia per gli esclusi. Gli stessi sodali che ora fingono di non averlo mai visto ne conosciuto.

Giancarlo in campagna elettorale non guardava al colore della casacca. Per i politici era sufficiente passare da viale delle Industrie, dove ha sede la sua ditta (come da buon brianzolo la chiamava), per uscirne gratificati. Poi che qualcuno ora se lo sia dimenticato non va a suo onore visto che i soldi li ha incassati. Sangalli ha finanziato le campagne elettorali degli ultimi 40 anni di tutto il centrodestra. Nessuno escluso. Amici ne aveva anche a sinistra, perché lui la politica la utilizzava come se fosse un taxi. Pagava e scendeva quando gli pareva. Insomma un Ganga style alla brianzola con il re del cassonetto come indiscusso protagonista. Un pò dancer, un po’ come quelle mucche svizzere cui i politicanti si attaccavano per mungere ed alimentare se stessi e la politica. E cosa mai poteva pensare Giancarlo di avere in cambio dalla politica? Una serata con Manuela Arcuri?

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