Monza rapine per noia ispirate ad un videogioco

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Sei ragazzi in manette per tentato omicidio, rapina e violenze gratuite nel centro di Monza

Monza rapine per gioco. O meglio per imitare un videogioco. E forse neanche quello. Per noia. Poca roba il bottino. Un cellulare, un telefonino, un carica batterie, due cuffiette, ma tanta violenza. Gratuita. Erano riusciti nella temeraria impresa di aggredire un papà che spingeva un passeggino. In un caso erano arrivati anche a picchiare selvaggiamente con calci e pugni in testa, un avventore. Reo quest’ultimo di aver reagito ad una loro provocazione. Per un pacchetto di sigarette. O anche per massacrare di botte un senza tetto colpevole di voler indietro la sua sgangherata bici “bullizzata” il giorno prima dal gruppo. Gruppo. Sì, perché il denominatore comune dei sei era il senso di appartenenza criminale. Videogioco, pugni e violenza gratuita. “Dammi le sigarette o ti accoltello”. Ed erano pronti a farlo. “Se denunci ti ammazzo”. Il linguaggio era questo.

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Luisa Zanetti, procuratore di Monza

Monza rapine, il procuratore di Monza

Quando il procuratore capo di Monza Luisa Zanetti racconta, quasi si emoziona. E pensare che ne ha viste tante di storie passare dal palazzaccio di Piazza Garibaldi. Parla di desolazione, di indifferenza verso il lavoro, scolarità abbandonata, gratuità delle aggressioni. Di ambiente sociale degradato. Di voler agire per essere al di fuori della società, per indicare l’acqua in cui nuotava il gruppo. Un’intercettazione parla chiaro. Una delle mamme supplica il figlio di smettere. “Pagheri per quello che fai”. La risposta è disarmante:”Sì, va beh pagherò…”. Al di là delle parole è l’indifferenza del figlio che replica alla romanzina con sufficienza. Poi l’appello alle vittime che non hanno denunciato a prendere coraggio e vincere la paura. Perché oltre ai dieci episodi contestati da aprile dello scorso anno a febbraio 2019, la sensazione degli inquirenti è che ci sia molto di più.

monza rapine conferenzaMonza rapine, il territorio

Violenza gratuita. Feroce non premeditata al solo fine di marcare la propria influenza sul territorio. Che poi era il centralissimo ponte dei leoni a Monza. Più Centro di così. Botte senza motivo per umiliare le vittime, scelte a caso. Reati senza scopo. Così. Per gioco o videogioco. Il filmato del tentato omicidio parla da solo. Un ragazzo picchiato a sangue dopo essere stato provocato con una gomitata da un membro del gruppo. Poi trascinato nel sottopasso di Corso Milano davanti alla stazione ferroviaria e massacrato letteralmente. Calci in faccia. Pugni. Menato con una catena e lasciato a agonizzante e non ucciso solo perché gli aggressori hanno sentito la sirena della Polizia. Perché? Ancora così. Perché si annoiavano.

monza rapine per noia nuovabrianzaMonza rapine, i protagonisti

Gruppo compagnia del Centro. Segni identificativi, i tatuaggi. Come le gang. Sul dorso della mano 1312 che sta per l’acronimo Acab inventato in Inghilterra oltre 30 anni fa per schernire i poliziotti. Nell’Ordinanza del Gip in poche parole la sintesi della vicenda. “Giovani che si riunivano con l’unico scopo di delinquere”. Quattro italiani e due stranieri tutti pregiudicati, che avevano imposto un regime di terrore. Tanto che alcuni coetanei si rifiutavano di recarsi in centro Monza per paura. Paura era la leva su si basava la loro azione. L’arresto dei sei è la prima operazione della nuova Questura di Monza e Brianza istituita lunedì e con a capo Michele Sinigaglia.

monza rapine videogiocoMonza rapine, il videogioco

C’è chi al telefono commenta durante un’intercettazione che a lui giocare alla Play piace, ma ancora di più fare le rapine. Grand Theft Auto, spesso abbreviato in Gta. Sono dei videogiochi d’azione sviluppati in Usa per Pc, smartphone e tablet e venduti in oltre 200 milioni di copie. Seguitissimi da molti adolescenti e che hanno suscitato già varie polemiche per la violenza della trama e dell’azione in cui si cala chi gioca. In Gta i protagonisti, partendo dal furto d’auto, devono gestire una gang e contendersi la città con missioni violente contro le bande rivali. La realtà virtuale. Quella vera è diversa. Due degli arrestati hanno subito confessato. Un altro si è avvalso della facoltà di non rispondere. Gli altri tre “giocano” ancora. A fare i duri in carcere. Ecco tutto qui. Un modello di vita violento. Virtuale. Almeno sino alle manette. Ora per loro inizia la parte più difficile. Solo che non potranno spegnere il computer…

Marco Pirola

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