Monza morto don Dino Gariboldi arciprete tra sacro e profano

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    Per decenni figura storica della città. Aveva 90 anni, a dicembre era stato colpito da un ictus

    Monza morto don Dino Gariboldi, l’arciprete in grado di galleggiare tra sacro e profano senza sporcarsi la tonaca. Un simbolo di una Monza che fu. Città per secoli divisa tra il profumato incenso della sua storica basilica. E gli affari “riservati” dei costruttori monzesi. Meno vaporosi del dono dei Re Magi. Preghiere e soldi che non danno olezzo e nemmeno la felicità. Ma aiutano a cercarla in tanti posti. Don Dino era la sintesi di un Paesotto fiero ed orgoglioso della sua autonomia da Milano. Un notaio. Il punto di equilibrio, per nulla precario, di un mondo dove la parola di un arciprete era la garanzia per tutto. E per tutti. Anzi. La sua non ammetteva appello. Vuoi si trattasse di un’opera di bene, una richiesta di aiuto, una preghiera, una decisione politica. O più delle volte una sorta di “penitenza” da realizzarsi a scotto di qualche operazione “trasparente” come il denso fumo delle candele che sale al cielo.

    Monza morto don Dino Gariboldi, il malore

    Era stato male ad inizio dicembre. Un malore e ricovero in ospedale per l’arciprete emerito. Già parroco del Duomo di Monza. Si era sentito male dopo aver celebrato la messa delle 8.

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    Monza morto don Dino Gariboldi

    Si. Lo conoscevo. Perché se sei monzese come me e pure “datato”, non potevi fare a meno.  Sorrideva sempre. Anzi no. Ghignava. Più impenetrabile di una maschera di kabuki giapponese, rispondeva alle domande dandoti rigorosamente del lei. Una sorta di omelia privata dove non erano le parole a “tagliare”, ma gli occhi. Che ti facevano capire che gli stavi dando fastidio. Quasi sempre la risposta era una “suprcazzola” che nemmeno Tognazzi in “Amici miei”, ma non mentiva mai. Dovevi essere bravo a cogliere la sfumatura giusta, la parola esatta, lo sbattere di ciglia. Una sorta di Bartezzaghi con la tonaca. Ma era fatto così e Monza lo voleva così perché era la sintesi terrena di un universo. L’ultimo gradino che porta dalle preghiere alla politica. Dagli affari alle opere di bene (tante) di cui non si è mai vantato.

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    Monsignor Din, Don, Dan lo canzonavano bonariamente coloro che avevano avuto a che fare con lui. Ricordano con l’assonanza nell’ordine: il suono delle campane del “suo” amato duomo che se è così munificente lo si deve a lui. La carica rivestita che incuteva timore reverenziale a partire dalla sua fama. I danee che reinvestiva tutti quanti nella basilica voluta da Teodolinda senza risparmiarsi. Era molto capace a “bussare”. Sono sicuro però che nelle tasche della tonaca o del clergyman non hanno trovato nemmeno un euro per il caffè destinato a lui.

    Monza, la rivalità con don Peppino

    Era molto diverso da Don Peppino Arosio l’altro grande prete di Monza. Costui era il “braccio armato” del cardinale Carlo Maria Martini nella costruzione di nuove chiese. Magari affidandosi ad archistar come lo svizzero Mario Botta. Ricambiando la generosità dei costruttori monzesi con consigli neanche tanto ultraterreni su come investire i soldi guadagnati. Il tutto dal rifugio dorato di Celerina vicino a Saint Moritz, città svizzera di cui voleva diventare parroco a “fine carriera”. Don Dino era niente di tutto questo. Riservato. Schivo. Micidiale con il suo ghigno. Metteva il suo suggello agli accordi politici e non stipulati in sagrestia e ivi si rifugiava. A pregare. Ad aspettare la successiva richiesta. A ricevere l’ennesima supplica di intervento per uno sgarbo d’affari subito. Andrà sicuramente in Paradiso. Non tanto per la carica ricevuta. Monza ha perso uno dei suoi figli “migliori”. Dio ne ha acquistato uno. Una sorta di “panchinaro” di lusso in grado di far tirare il fiato a San Pietro. Don Dino sa come si fa il “mestiere”. Lui del resto ha sempre avuto la chiave giusta per tutto e soprattutto tutti…

    Marco Pirola

     

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