Monza: l’altra faccia del compagno Manu Chao e il cuore della Croce Rossa

Il sabato sera a Monza tra sballo e volontariato

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Monza. Forse per descrivere meglio quello che ho visto sabato sera al concerto di Manu Chao, ci vorrebbe l’aiuto della musica. J-Ax. Si, il rapper con la barbetta che nelle strofe della sua canzone parla come se stesse telegrafando. Musica. Sballo. Vomito. Canna. Vino. Sballo. Vomito. Al concerto del compagno Manu Chao nel parco di Monza c’era pure questo. Non era la maggioranza, ma inutile far finta di non vedere. E poi ancora J-Ax. Barella. Flebo, corsa. Sirena. Ambulanza. Vomito. I ragazzi della Croce Rossa di Monza che incuranti della fatica, del vomito altrui, del pericolo delle botte, del freddo e della fame, hanno retto l’urto di una battaglia campale autentica. Vera. Inevitabile. Fortunata nel risultato. Qualche centinaio di ubriachi e tossici da assistere e una decina di altri interventi. Ma più che la musica forse un quadro. Ecco sì, una tela. I volontari Cri di Monza sono stati un quadro di luce nella notte.

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LA SCENA A MONZA – Due ragazze della stessa età. Una indossa la divisa rossa della Croce Rossa di Monza e sta ferma. In piedi. In silenzio da una parte delle transenne. Aspetta. L’altra balla in maniera folle da ore sorseggiando ogni tanto da una bottiglia di vino. Hanno la stessa età, ma due modi diversi di concludere il sabato sera. Una sul lettino da campo della croce Rossa e l’altra, la stessa in divisa che si limitava a guardare, ora è seduta a fianco a consolarla. Non una parola, non un commento, non un giudizio. La ragazza con la divisa rossa consola la coetanea. Parole di conforto ricambiate dal vomito e, ora sì, dalle scuse e dalle lacrime della ragazzina ballerina per una notte sulle note di Manu Chao. Potrei non aggiungere altro, ma c’è la cronaca da soddisfare.

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IL NASO STACCATO A MORSI – La posizione migliore per vedere come vanno le cose durante una battaglia è appunto la tenda della Croce Rossa. Arriva di tutto. Qualcuno strafatto già prima del concerto di Monza. Se lo perderà. A metà una ragazzina di 20 anni con la faccia piena di sangue chiede aiuto poco distante dalle transenne. I volontari scavalcano la afferrano sottraendola alla folla invasata che balla, fuma e canta e se ne sbatte della ragazza piangente. Nelle mani ha un pezzo di naso. Dice, tra le lacrime di dolore attenuate dalla recente “canna”, che il fidanzato ubriaco le ha staccato il naso con un morso. Vero. Visto. Medicata. La tenda da campo è un ospedale di prima linea uno slalom tra barelle, lettini, flebo. Il medico di Croce Rossa di turno che ha 20 anni di automedica alle spalle non si scompone. Sa che fare. Cazzaniga non è l’ultimo arrivato. Riuscirebbe ad intubare un paziente anche con la cannuccia di una biro. Ore 22. Il Posto medico avanzato nord è in prima linea per il continuo arrivo di utenti. Quello sud prossimo al collasso tenuto in piedi dall’esperienza. Una ragazza svizzera viene portata a braccio da una pattuglia Cri di Monza che si è fatta largo a spintoni tra la folla. Ha la caviglia spezzata. Viene curata, steccata, arriva l’ambulanza. La ragazza pretende che il guidatore l’accompagni sino in Svizzera. “Sapete, chi la sente mia madre se gli dico che ero al concerto di Manu Chao e poi l’assicurazione svizzera non paga”. Alla risposta ovvia e negativa dei volontari, firma e se ne va portata in spalla dagli amici. Insulti agli italiani. Unica attenuante è che lei e gli amici non erano molto presenti sulla terra in quel momento. E Manu suona:”me gusta la coca, me gustas tu… Non c’è tempo nemmeno per i commenti che arrivano due ragazze ubriache sporche di vomito. Ribrezzo. Io guardo il delirio organizzato e tenuto sotto controllo dalla Cri distante cinque metri. Non so che fare. Penso. Voglio vomitare anche io. Certo al concerto c’era bravissima gente, la maggioranza probabilmente, ma da questo angolo di girone dantesco del “Pma nord” sembra di essere in guerra. Le ragazze volontarie, più o meno coetanee di molti presenti al concerto, avevano lo sguardo concentrato e fiero di chi sa la missione da compiere. Non c’è tempo per riflettere nemmeno ora. Mancano barelle, lettini e la tenda della Cri scoppia. Due volontari afferrano l’auto e tornano poco dopo con la dotazione supplementare. Flebo, garze, pianti, promesse “non lo faccio più”. Ancora vomito a fiumi. Intanto il compagno Manu Chao continua a suonare a dieci metri di distanza dal delirio chimico. Chi si infila nei cessi e non riesce a uscire tanto è presente con la testa. Chi balla da ore con la bottiglia in mano senza fermarsi con il rischio di un attacco cardiaco. Se fai il volontario del soccorso devi avere le palle e dieci occhi che fissano e capiscono al volo. I secondi, nel primo soccorso, sono ancora più importanti dell’operazione a cuore aperto. In prima linea ieri sera c’era pure il comandante Orazio Nelson De Lutio che ha chiuso il ristorante di sabato per essere presente sul campo. Gratis. Come gratis hanno lavorato per ore e ore sotto il sole e poi nel freddo della notte i volontari. In cambio di un panino rancido alle quattro del pomeriggio e di una bottiglietta di acqua minerale. Ecco, ci voleva Manu Chao per conoscere questo mondo silenzioso che sa lavorare a pochi passi dal casino totale. Una considerazione: ce ne fosse uno dei 40 e rotti mila che abbia ringraziato la Croce Rossa. Lo facciamo noi per loro. Grazie ragazzi.

Marco Pirola

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