Monza, un libro anni Settanta tra realtà, finzione e senza obbligo di lettura

Gli umori del mosto opera prima di Antonio Tanga

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LETTERA APERTA ALL’AUTORE DEL LIBRO – Antonio sei una “carogna”. Sì, proprio una carogna. Dopo aver provato in questi mai troppi anni che ci conosciamo a farmi ridere mille volte. Dopo avere tentato di farmi riflettere e pensare almeno in un miliardo di occasioni. Ora con la tua opera prima “Gli umori del mosto”, sei pure riuscito in una cosa in cui avevi fallito da sempre: farmi piangere. Un pianto gioioso, liberatorio, consolatorio. Perché questo libro è pericoloso: fa riflettere. La lettura scorre veloce attorno alla Milano degli anni Settanta e lascia il buon sapore della torta gelatinosa di mosto in bocca. Come mi accadeva da piccolo quando la nonna mantovana faceva tale tipo particolare di dolce. Difficile da realizzare perché il mosto ha “memoria” e cambia gusto e sapore. Certo per soddisfare gli appetiti di Google sarebbe stato sufficiente iniziare questa mia pretenziosa recensione del libro con il mestiere che fai, che hai fatto e che farai. Certo per gli italiani di Monza (come un vecchio slogan degli anni Settanta che capiremo solo io e te…) la tua figura massiccia nel fisico e nella mente ha lasciato traccia indelebile. Certo tante cose. Ma quel libro “senza obbligo di lettura” lascia una traccia non solo in chi ti conosce, ma al lettore comune. Quello che piace a te. Quello come si diceva in quell’epoca piccolo borghese o poco meno. Milano, America d’Italia che correva assieme al mondo.  La Lampedusa di quegli anni per chi veniva da una “qualsiasi” Sansevero del Meridione. Dove il ragazzo venuto dal Sud, come il protagonista, si affaccia ad un mondo che non è il suo e rimane vittima delle circostanze. Di cose più grandi di lui che hanno segnato la storia d’Italia, la cronaca di Milano e di riflesso la sua vita. Due le certezze che accompagnano il protagonista lungo i binari della trama narrativa: paura del buio e di diventare un ladro. Le “stazioni della vita” nel libro sono descritte con gli occhi del bambino che non sa e che fatica a capire che succede. Verità ed invenzione si mischiano come in tutti i romanzi. E come tutti i libri “Gli umori del mosto” ha i suoi personaggi positivi come le donne che si incontrano nelle pagine. Ma trasmette anche una grande filosofia di vita: quando vengono a mancare le “agenzie di riferimento” ossia i punti fermi come la famiglia, la parrocchia, l’oratorio (questi c’erano in quegli anni), gli amici, ecco che diventa difficile camminare sul filo del rasoio. Quello che segna il confine tra diventare un delinquente e rimanere bravo ragazzo. Nel libro è contenuta una Milano perduta, i personaggi della delinquenza di quegli anni veri descritti dal protagonista di fantasia del romanzo. Una razionalità conquistata con i denti e l’esperienza di vecchio che scrive e riscrive i ricordi con “l’inchiostro sbiadito”. Se nel libro c’è poco (come dici tu) o tanto della tua vita non so. “Ognuno conosce i colori della sua felicità o del suo sogno e nessuno ha il diritto di aggiungere una propria pennellata sul quadro degli altri perché rischia di rovinare un capolavoro”. Santa verità. A questo punto se fossi un ruffiano ti direi grazie. Non lo farò perché sono sicuro che riuscirai a sorprendermi con la tua seconda opera. Un unico appunto, mi auguro di non dover aspettare sul marciapiede della stazione della vita altri tre anni. Così, senza obbligo di lettura…

Marco Pirola

P.S.

Il libro “Gli umori del mosto”, edito da L.U.D.E.S. University press, è disponibile sugli scaffali di Libri e Libri di via Italia 22 a Monza

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