Monza il teatro, ma non solo piange Silvio Manini

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Morto dopo Silvio Manini, attore, sceneggiatore genio del palcoscenico

Monza il teatro in lutto. Se ne è andato il compagno Silvio Manini. Si, l’ho conosciuto. E pure bene. E non ci siamo nemmeno menati. Anzi ci ho fatto pure un film assieme. Anno di grazia 2002. O giù di lì. Anarchico teatrante, attore, regista, guitto del palcoscenico minore. Quello di periferia. Delle scuole, delle cantine. Quello che per alimentare la passione ha bisogno di poco e si accontenta di un vaffanculo vero lanciato al politico di turno che con una mano vuole dare soldi non suoi e con l’altra chiede benevolenza al giullare. Pochi soldi tanti ideali. Da Codogno a Monza con una parentesi finale a Vedano. Sempre con Monza il teatro nel cuore.

Monza il teatro: Manini e la radio

Silvio. Sigaretta perennemente all’angolo della bocca, il maglione off fuori ordinanza come se il Sessantotto non fosse mai passato. Il fiasco del vino come benzina per raccontare i suoi impagabili aneddoti. Compagno di scorribande di Dario Fo con cui ha lavorato anni addietro. Ma anche di Ernesto Calindri così lontano dai suoi canoni, ma un “signore del palcoscenico” come lo descriveva Silvio. Particine. Manini si infilava nelle compagnie teatrali cercando sempre quell’occhio di bue che illumina. Solo in periferia, a Monza, ha però trovato quei lampi che lo hanno contraddistinto. Sceneggiatore di razza, è stato quello che ha scritto il romanzo radiofonico più lungo al mondo. Trasmesso per anni dalla radio Svizzera. Sull’onda di questo suo successo, nel 2002, si mise in testa di scrivere la sceneggiatura di un film. “Delitto Obbligatorio”. Girato in economia e con “talenti” locali tra cui il sottoscritto non sfondò mai. Per un semplice motivo. Fu la prima telenovela al mondo trasmessa interamente su internet. Allora non così dirompente nella case di tutti. Figuriamoci per un film. Penso di essere uno dei pochi al mondo, se non l’unico, ad averne ancora una copia di queste 11 puntate. Dischi che mi tengo ben stretto e che lui volle che io, così lontano dalle sue idee politiche, custodissi. “Sarai il mio biografo – diceva quando ci frequentavamo ancora – pensa che fregatura che ti sto dando. Dovrai scrivere bene di me. Del comunista Manini. Prendi e porta a casa”.

Monza il teatro: Manini in Russia

Una ventina di anni fa aveva avuto un suo personale momento di gloria. Lo avevano invitato con tutta la compagnia in Russia. A San Pietroburgo. Per chi mastica di teatro sa benissimo che organizzare una spedizione in terra straniera non è cosa facile, ma può essere gratificante. Scegliere le persone, i mezzi, il materiale tenendo d’occhio i costi è complicato per tutti. Non per lui. “Marco ho trovato lo sponsor – diceva trionfante ricevendo attori o presunti tali nel suo studiolo di via Rovetta a Monza – altro che sotto tribune dello stadio Brianteo trasformate in teatrino da 99 posti. Sarà il mio trionfo”. E in un certo senso lo fu. Più che sul palco, dove ottenne come regista scroscianti applausi dagli astanti accorsi in massa a vedere “l’italiano”, per il dopo. Silvio aveva fatto portare da casa anche una nutrita scorta di vettovagliamento a “rinforzo”. Lambrusco, parmigiano e spaghetti. E lo spettacolo era continuato anche dopo che il sipario era calato. Come piaceva a lui al tavolo dell’osteria russa. Si faceva capire benissimo lui che non spiccicava una parola d’inglese, figuriamoci di russo.

Monza il teatro: il film

Da buon sceneggiatore radiofonico volle cimentarsi anche in questo campo. Furono tre mesi di risate che i colleghi come Simona Calvi, Riccardo Rosa ben sanno. Ricordo. La prima scena di quel film era quella mia. Il personaggio era il direttore di un giornale. Portò fortuna, tre anni dopo lo divenni realmente. Quel pomeriggio il set era stracarico di gente. Per il primo ciack. Operatori, attori, curiosi. Mi veniva da ridere e si vedeva. Riuscii pure ad attaccare lite con una bambina che era stata incaricata di tenere il gobbo con le battute. Manini rideva più di me. “Non è un film comico – ad un certo punto sbottò – e tu non sei nemmeno lontanamente Verdone, il titolo è delitto obbligatorio. Per Dio!”. E giù a ridere. Anche nei giorni successivi. Il regista, uno della Rai, raccattato chissà dove, un giorno mi voleva allontanare dal set, preso io dalle convulsione per le risate. “Carla (pausa), Carla (pausa), fermati (altra pausa)”. La battuta di un anziano commediante che si pensava Robert De Niro aveva provocato in me una crisi di ilarità irrefrenabile. Lo scandire lento delle tre parole, il fare impegnato che puzzava di falso del poveretto che ci metteva tutto l’impegno possibile per registrare la scena drammatica dell’omicidio. Niente. Più lo facevano ripetere e più la scena diventava grottesca. E giù risate contagiose sino a quando, tutti Manini compreso, ci accasciammo sul pavimento con la pancia rotta dalle risate. L’unico imperturbabile era proprio l’attorie drammatico. Serio. Calato nella parte. Accigliato sempre più che non capiva. E più lui si incaponiva a ripetere la scena e più le risate salivano in un crescendo rossiniano. Non ricordo come finì. Ma probabilmente come tutti gli assalti che Silvio conduceva. In trattoria a mangiare e bere con la troupe. Ecco, Silvio sei quasi accontentato. Non potevo essere all’altezza di te scrittore di vaglia. Questo è un mezzo epitaffio. Come mezzo era quel bicchiere di vino levato a mezz’aria che chiudeva i tuoi discorsi. Non so dove tu sia adesso. So per certo che all’ostia hai sempre preferito l’osteria, ma il Padreterno che tu ricordavi fisicamente per via di quella barba bianca incolta, sono sicuro che vorrà ridere delle tue battute. Vedo già il titolo a caratteri cubitali della commedia: Il Paradiso può attendere… grazie passo dopo. Regia naturalmente di Manini Silvio, guitto in secula seculorum. Ciao amico mio…
marco pirola

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