La Grecia, il caos raccontato da un giornalista monzese

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Atene, è venerdì sera e con un amico dirigente di banca si sta organizzando il fine settimana, quando lo chiamano al cellulare. Impallidisce. “Ragazzi la situazione sta precipitando. La direzione centrale ci ha praticamente precettati dobbiamo essere a disposizione per andare a rifornire di soldi i bancomat che saranno presi d’assalto”. Poco dopo le televisioni danno la notizia: lunedì le banche restano chiuse anche se è giorno di paga delle pensioni. E comincia la sarabanda di comunicazioni. Le pensioni saranno pagate ugualmente, assicura il governo, ma si potranno prelevare dai bancomat a 60 euro al giorno. E chi non ha la tessera del bancomat? Seguono le proposte più fantasiose. E i turisti? Con carte estere si può prelevare quello che si vuole. Già, ma se i bancomat sono vuoti e le banche chiuse fino a dopo il referendum? Non è una mossa granché furba per un paese che si regge sul turismo. Certo non se lo aspettava nessuno. Tanto meno il presidente del consiglio Alexis Tzipras che lo confessa candidamente alla tivù. Però uno che si gioca una partita perigliosa come la sua dovrebbe mettere in conto tutte le variabili. E che la Banca centrale europea avrebbe chiuso i rubinetti non era tanto imprevedibile. Così si alzano i toni della canizza: dal centrodestra e dai socialisti, scaraventati all’opposizione dalla sinistra radicale che aveva cavalcato l’onda della protesta di un paese stremato dalle misure anticrisi, si tuona sull’illegittimità di un referendum raffazzonato in pochi giorni che rappresenta di fatto un sì o un no alla permanenza della Grecia nell’eurozona e persino nell’Unione Europea. Il governo smentisce, ma le migliaia di persone che manifestano in piazza della Costituzione perché si voti no alle nuove proposte di austerità dell’Europa danno al referendum il significato più radicale. Come quanti nella stessa piazza hanno dato vita all’opposta manifestazione a favore del sì. Non tanto sì a una nuova stretta di cinghia, quanto sì alla permanenza nell’Europa.
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In mezzo un paese sconcertato, stremato dalla miseria, incapace di sopportare nuove prove. In piazza si discute a suon di slogan, ci si accapiglia. E non si capisce. Non si capisce ad esempio perché siano volati gli stracci per pochi milioni di euro di differenza tra le proposte dei creditori e quelle del governo greco. E qui le cose si fanno più complicate. Tsipras è stato eletto a rappresentare un confronto persino muscolare con le istituzioni europee: con le bandiere tedesche bruciate in piazza, il ritorno alla dracma reclamato a gran voce. Così Tzipras e il suo ministro dell’economia Yannis Varoufakis hanno voluto mostrare gli attributi. Rischiando di farseli tagliare perché non hanno a che fare con dei polli nel gioco del poker. Ora, dicono, non vogliamo uscire dall’Europa, ma cambiarla. In realtà dovrebbero cominciare a cambiare la Grecia perché non è pensabile un paese di pubblici dipendenti, con un’impresa privata sgangherata e furbetta, dove regolarmente non si pagano le tasse e i politici si sostengono su un’istituzione semiufficiale: il rousfeti, cioè il clientelismo. L’eletto è tenuto a trovare un posto di lavoro pubblico all’elettore. Con tanti dipendenti pubblici la macchina statale dovrebbe funzionare come un orologio. Macché. Anche di questo è colpa dell’Europa? Intanto per venire incontro ai cittadini rimasti senza contante il governo ha deciso di non far pagare il biglietto dei mezzi pubblici fino alla riapertura delle banche. Magra consolazione. Nessuno pagava anche prima.
Luciano Mutti 
Giornalista, già caporedattore Il Giorno – Monza e Brianza

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