Giustizia, magistrati di Monza contro Penati

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Il Procuratore capo di Monza: dice cose non vere

Giustizia, round monzese tra magistrati e politica. Monza: La Procura risponde a Penati: “Dice cose non vere”. Luisa Zanetti, Procuratore capo della Repubblica di Monza, è uno di quei magistrati che difficilmente prendono la parola. Tantomeno – e di questi tempi – per ribattere ad un politico o, più precisamente, ex politico come lo può essere Filippo Penati, ex capo della segreteria di Pierluigi Bersani quando questi era segretario del Pd.

GIUSTIZIA: SCONTRO MAGISTRATI POLITICI – In realtà Luisa Zanetti non avrebbe replicato neppure oggi (martedì 26 aprile per chi legge, nda) se non fosse per “l’entusiasmo” con cui Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano ed ex sindaco di Sesto San Giovanni travolto dalla maxi inchiesta sul “sistema Sesto”, è tornato a più riprese in questi giorni sulla stampa nazionale a parlare delle vicende che lo avevano visto protagonista sui banchi della giustizia a Monza.

GIUSTIZIA: LA LITE – Assolto in primo grado nel 2015 dalle accuse di corruzione e finanziamento illecito (“perché il fatto non sussiste”) Penati, in varie interviste, si è lasciato andare parlando di “magistrati che sbagliano“, “gravi scorrettezze“, ma anche di “tentativi di incastrarlo“, nella fattispecie attraverso un registratore dato appositamente dalla Procura di Monza all’imprenditore Pasini affinché registrasse le sue conversazioni con Penati. Non solo: nell’ultima uscita (in ordine di tempo) sul quotidiano torinese “La Stampa”, ha puntato il dito contro il pm monzese Walter Mapelli: “In magistratura – ha detto l’ex sindaco della Stalingrado d’Italia – chi sbaglia non solo non viene punito, ma fa carriera. È il caso del mio accusatore, il procuratore aggiunto di Monza Walter Mapelli, che è in procinto di diventare capo della procura di Bergamo”. In realtà Mapelli non è affatto procuratore aggiunto, come ha sottolineato il procuratore Zanetti, ma questa alla fine è risultata, secondo i magistrati, l’imprecisione meno grave.

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GIUSTIZIA: L’ACCUSA – Il procuratore ha deciso di replicare alla ricostruzione fornita da Penati nelle sue parti salienti, cioè quelle dell’inchiesta. L’accusa più grave, quella di avere cercato di “fregare” l’allora presidente della Provincia attraverso Pasini: “È una circostanza che va smentita – spiega il procuratore Zanetti – Nessun registratore fu dato a Pasini dalla Procura e nessuna scorrettezza fu compiuta. Era in corso un pedinamento da parte della Guardia di Finanza che non fu possibile perché Penati e Pasini continuavano a camminare su e giù per il marciapiede”. Anche sull’esito del processo, il procuratore precisa che un’assoluzione non inficia il lavoro condotto dall’accusa e nemmeno l’allora richiesta avanzata dai pm monzesi di arresto a carico di Penati. La misura cautelare, ha precisato il magistrato, faceva riferimento alla presunta maxi tangente versata per la riqualificazione delle aree ex Falck e Marelli, troncone d’indagine per il quale Penati beneficiò della prescrizione.

GIUSTIZIA: LA PRESCRIZIONE – Il caso Sesto San Giovanni e le accuse a Penati non riguardavano soltanto il troncone per il quale fu assolto. Una parte dell’inchiesta si riferiva alla presunta maxi tangente ex Falck. Nello specifico gli inquirenti supponevano che in cambio dei permessi edilizi fossero state versate delle somme ingenti alla politica. Su questa vicenda Penati beneficiò della prescrizione. Era il maggio del 2013 quando a dibattimento aperto Penati avrebbe dovuto presentarsi in aula per avanzare richiesta di non avvalersi della prescrizione. Quel giorno però, a fronte di molti cronisti in attesa, Penati non si presentò. Nei mesi successivi, l’allora politico aveva annunciato urbi et orbi di aver presentato ricorso in Cassazione al fine di ottenere lo svolgimento del processo senza prescrizione, richiesta che la Cassazione ritenne inammissibile, dichiarando l’estinzione del reato. Sarebbe bastato presentarsi in Aula per ottenere il risultato a sua detta voluto. Di questo nelle interviste non c’è traccia, ma non nella memoria del procuratore Zanetti: “Su questi fatti non vi fu pronuncia da parte del Tribunale per scelta di Filippo Penati che dopo avere pubblicamente dichiarato di voler rinunciare alla prescrizione per dimostrare la propria innocenza, non si è presentato all’udienza”.

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GIUSTIZIA: LA SENTENZA DI PRIMO GRADO: Una precisazione. La sentenza che mandò assolto Filippo Penati, di ben 191 pagine, diceva qualcosa di importante. Ossia, riconosceva “l’esistenza del Sistema Sesto” e altresì il fatto che fosse “luogo di incontro tra gli interessi di imprenditori spregiudicati” e “le esigenze di finanziamento della politica”, in particolare “degli eredi del Pci che da sempre amministravano Sesto San Giovanni”. Tuttavia, precisavano i magistrati giudicanti di primo grado, mancava la prova del coinvolgimento di Penati. In altre parole, nessuna pistola fumante. A far pendere la bilancia verso l’assoluzione anche le molte imprecisioni dei cosiddetti “grandi accusatori” di Penati, in particolare Piero Di Caterina che nella sentenza veniva descritto come incapace di ricordare anche fatti di rilievo come l’ammontare dei soldi che avrebbe dato allo stesso Penati: in giudizio 3,5 milioni di euro, in sede di indagini 2,5 milioni. Gli allora controlli sui conti di Penati e della sua famiglia avevano dato esito negativo, anche se secondo l’inchiesta i soldi sarebbero transitati su conti esteri.

GIUSTIZIA: L’APPELLO – La cautela sul caso Penati resta, comunque, d’obbligo. Infatti, a rigor di termini, l‘iter del processo è tutt’altro che terminato. Dopo l’assoluzione, dalla Procura di Monza è partito il ricorso in Appello. “Il processo – ha concluso Zanetti – è ancora in corso e nell’atto sono esposte le ragioni della nostra contrarietà all’assoluzione. Vedremo in quella sede se il processo confermerà o smentirà le ragioni dell’accusa”. Ragioni che riguardano, nel dettaglio, le vicende relative a Codelfa, del gruppo Gavio, la compravendita di un immobile a Milano da parte di Palazzo Isimbardi, e il consorzio Sitam. Esclusi i capi di imputazione già prescritti e anche l’ex braccio destro di Penati, Giordano Vimercati per il quale, già in primo grado, i pm Mapelli e Franca Macchia, avevano chiesto l’assoluzione. “Ciò detto – ha concluso il procuratore – da parte mia c’è piena fiducia verso i magistrati dell’Ufficio, in particolar modo verso il dottor Mapelli la cui serietà emerge in casi trattati in oltre 30 anni di carriera”.

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