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Con questo breve commento proviamo ad offrire una riflessione in quattro parti sul rapporto tra gli Italiani e il loro, il nostro “sistema di Giustizia”, magari anche il nostro “sentimento di Giustizia”.

La recentissima sentenza definitiva del caso dell’omicidio di Garlasco offre lo spunto per ragionare anzitutto dell’approccio che troppi Italiani nutrono verso la nostra Giustizia.

Nella seconda parte si ragionerà delle aspettative della gente verso la Giustizia e si potrà fare riferimento alle recenti vicende bancarie, tra truffe e fallimenti.

Le più recenti cronache sugli abusi di armi da parte di privati consentiranno di addentrarci nelle variegate presunzioni che un po’ tutti nutrono verso la Giustizia.
Si giungerà così a volgere lo sguardo verso la condizione reale del nostro sistema di Giustizia.
Partiamo dall’approccio che gli Italiani riversano alla Giustizia.
La grave tendenza alla spettacolarizzazione di alcuni casi, ha esteso alla Giustizia quel modo di esprimere opinioni di solito riservate alle vicende calcistiche nei bar.
Ci sono sedicenti giornalisti di cronaca nera e parecchi avvocati da cronaca rosa, che riempiono palinsesti televisivi, riviste e quotidiani con ogni genere di dichiarazioni e rivelazioni, di solito tanto altisonanti quanto generiche, quanto tecnicamente inutili.
In realtà un’indagine, il successivo processo e la spesso sofferta sentenza che lo conclude, sono momenti complessi di una lunga dinamica in cui la più parte dei protagonisti offre al meglio ciò che sa fare, sovente con difficoltà tecniche legate a carenza di mezzi e a previsioni di legge a volte davvero farraginose.
Nell’esperienza professionale di un avvocato, accade assai di rado che un Giudice (a qualsiasi grado) smentisca l’accusa. Personalmente mi è capitato qualche volta di vedere assoluzioni laddove l’accusa aveva chiesto condanne. Rarissimamente condanne laddove l’accusa aveva chiesto un’assoluzione.
Quando un Giudice, nel caso di Garlasco la Suprema Corte di Cassazione, arriva a confermare una condanna contro l’opinione della stessa accusa e ovviamente contro quella della difesa, é esercizio abusivo e indecente quello di chi si mette subito a giudicare i giudici, di cui non conosce nemmeno le motivazioni.
Non siamo allo stadio e nemmeno al bar.
Ci sono cinque persone, all’apice di una carriera tecnicamente solida, che hanno studiato con attenzione i fascicoli di due gradi di giudizio, con tutte le prove che contengono: migliaia di pagine, di referti, di testimonianze.
Sanno che stanno decidendo della vita di almeno un uomo e dell’aspettativa di Giustizia di tanti altri.
Per poter assoggettare a nuova critica la loro decisione, occorrerebbe leggere con grande cura le carte che hanno utilizzato e poi ragionarne, possibilmente con un minimo di perizia.
La filiera dei giudizi di ogni singolo caso penale costituisce, infatti, un prezioso percorso di progressiva approssimazione alla “verità processuale”: l’unica verità possibile per chi deve giudicare non potendo sapere assolutamente nulla per diretta conoscenza di ciò che realmente accadde quando fu commesso quel delitto di cui si occupa.
Quando un Giudice decise di smentire l’accusa e la difesa che chiedono un’assoluzione, vuol dire che quel percorso é giunto ad un esito sofferto e, perciò solo, probabilmente più autentico ed affidabile.
Invece ogni volta che in qualche processo, magari già svolto mediaticamente, si arriva ad una sentenza, ecco tutti i pretesi “commentatori” a stabilire ciò che é giusto e ciò che é sbagliato, senza che in realtà vi sia nemmeno una reale necessità civica di assumere posizione sulla sentenza.
E tanti, troppi avvocati, ad emettere dichiarazioni gratuite ed a volte rabbiose, spesso col chiaro scopo di farsi pubblicità.
Non conosco il caso di Garlasco ed ho evitato di seguirlo, così come di solito evito tutti i casi che fanno cronaca, a meno che non mi sia necessario per lavoro.
Non dedico tempo a quelle cronache perché di solito le notizie che ne vengono pubblicate sono povere e tendenziose: sono davvero pochi, ormai, quelli che scrivono o parlano di un caso giudiziario avendone conosciuto gli atti e collegando i dati alle reali dinamiche processuali.
Eppure un esempio positivo, un caso in cui tutti hanno svolto il loro lavoro senza dichiarazioni roboanti ed hanno convinto le Corti italiane che i loro clienti andavano assolti, l’abbiamo visto di recente.
Nel caso Kercher (o “Sollecito”) i difensori hanno operato in silenzio e dimostrato che l’unica certezza era il disastro compiuto nell’acquisizione delle prove in sede di indagini.
Le cronache italiane hanno seguito con grande attenzione anche un altro caso esemplare, sotto il punto di vista che stiamo considerando: la storia di Cogne.
In quella vicenda, al primo difensore che, in silenzio, aveva smontato le prove che avevano portato all’arresto della signora Franzoni e ne aveva ottenuto la liberazione, per ragioni non note ne era seguito un altro (allora assai noto) che, tra una dichiarazione detonante e l’altra, aveva visto la sua cliente subire una prima condanna a trent’anni di reclusione.
È stata l’opera coscienziosa e di profilo sommesso compiuta da una “normale” collega di Reggio Emilia, peraltro nominata d’ufficio e tornata al l’anonimato dopo aver fatto (bene) il suo dovere, ad aver restituito a quel caso dignità processuale ed equilibrio giudiziale, riconducendo la condanna nei termini che le prove implicavano: sedici anni di reclusione, proprio come quelli comminati a questo ragazzo di Garlasco.
Da come questi casi e tanti altri precedenti sono stati affrontati dai media, anche grazie al protagonismo di qualche avvocato, è derivato l’atteggiamento di troppi Italiani verso la Giustizia in generale: anche nelle vicende minori, perfino in quelle civilistiche, é evidente un atteggiamento di automatica sfiducia verso l’Istituzione e verso gli uomini e le donne che la rappresentano.
Ecco dunque il primo aspetto problematico nella assai disarmonica relazione tra gli Italiani ed il loro, nostro sistema di Giustizia: la presunzione di poter giudicare i Giudici, che in troppi coltivano e fomentano, così banalizzando l’opera di tutti coloro, e sono ancora davvero tanti, certamente la maggioranza, che svolgono la loro opera con dedizione e spesso sacrificio per garantire a tutti un reale servizio di Giustizia.
Di Luigi Paganelli, avvocato

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