Au revoir madame

Ci ha lasciato una gran signora, silenziosa presenza, protagonista dell’epopea imprenditoriale della Brianza nell’Africa equatoriale

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Luisa se n’é andata.
Martedì mattina é partita per il viaggio più lungo.
Giovedì si sono celebrati i funerali.
Non si troveranno grandi cronache di questi eventi.
Di solito non si dedicano coccodrilli e paginate di storia alle mogli.
Oggi, un pochino lo faremo.
Il suo Rino, niente cognomi oggi, era andato a scovarla in una buona famiglia di Monza.
Lui, lissonese, aveva trovato in lei classe, discrezione, determinazione, cultura.
Qualità che ha sempre saputo apprezzare, lui (mica solo lui, peraltro).
Particolare non irrilevante: era anche bella.
Appartiene, Rino, ad una di quelle famiglie che hanno costruito la grande industria brianzola del legno nel secolo scorso.
Chi aveva risorse e testa – “ul cô” – per farlo, negli anni sessanta dovette organizzarsi per andare ad aprire cantieri di sfruttamento forestale e segherie nell’Africa Equatoriale.
Dovevano garantire l’approvvigionamento di materia prima all’industria brianzola del mobile, in piena espansione, superando il monopolio francese.
Qualcuno di costruì anche qualche “trancia”. Al nostro Rino, peraltro, va riconosciuto il merito di aver inventato una denominazione nuova ed originale per un legno africano, l’aniegré, che ne ha fatto la fortuna commerciale nel mondo: lo ribattezzò “noce tanganica”. E non vi sia preoccupazione ambientalistica: non é affatto estinto.
Fa un po’ effetto scrivere “trancia” tra virgolette: chi sa oggi cosa sia quella macchina per sfogliare i tronchi e produrne la successiva “impiallacciatura”?
Fino alla fine del millennio l’industria della lavorazione e del commercio del legno in Brianza ha occupato migliaia di persone.
Era la premessa “nobile” all’industria del mobile: la conoscenza delle essenze, del modo di lavorarle e delle qualità estetiche di ciascuna di esse, era il segreto dei buoni “legnamée”.
A un certo punto, per designazione della, o meglio delle famiglie investitrici, anche a Rino toccò trasferirsi in Africa.
Era la Costa d’Avorio la terra di conquista principale dei brianzoli, dei lissonesi in particolare.
Luisa vi si trasferì con lui: una scelta di vita, che va immaginata rispetto a quello che lasciavano nell’Italia del “boom economico” e rispetto a quello che era l’Africa post-coloniale francese di allora.
Qualche vaccino per le malattie principali, ma poche certezze sulle infezioni locali: l’unica era che, se ti veniva qualcosa di strano o ti facevi male, era meglio tornare di corsa in Europa.
Comunicazioni intercontinentali basate solo sul “telex”, altra parola che mi fa tenerezza scrivere tra virgolette ma, come già con la trancia, quanti lettori odierni ne hanno visto uno?
Ogni tanto potevi prenotare e scambiare una conversazione telefonica con l’Italia, magari se conoscevi il centralinista africano giusto che ti teneva la linea.
Quanto alle lettere, béh quelle era meglio chiedere a qualcuno che tornava in Italia di portarsele dietro e consegnarle personalmente o al limite spedirle al destinatario direttamente da qui.
Luisa andò a stare ad Abidjan, dove non c’erano allora guerre civili: il presidente sapeva come tenere unite le diciotto tribù del territorio ivoriano.
Lì crebbe, instancabile, due splendidi figli e rimase più o meno serenamente a fianco di Rino.
Mentre lui diventava sempre più saldamente un punto di riferimento degli italiani residenti nell’Africa equatoriale occidentale, Luisa gli stette vicina e imparava a vivere la realtà africana nei suoi aspetti più casalinghi.
La conobbi nel 1980 proprio laggiù, che viveva la sua giornata con stile impeccabile e grande umanità in mezzo a genti di tutti i colori e le etnie (allora le chiamavamo “razze” e non era un’offesa, così come definivamo “negri”, in italiano, le genti di colore più scuro, e anche quella non era un’offesa).
Girava, Luisa, tra i mercati di Cocodì, come del Plateau e di qualunque cittadina della provincia e parlava con chiunque, senza alcuna prevenzione e altezzosità, muovendosi flessuosa e serena come se l’Africa fosse da sempre la sua terra.
Poi magari il club del tennis o qualche circolo, come la villa di qualche europeo: un sacco di gente bianca che “se la tirava” ma lei era sempre imperturbabilmente uguale.
Una vita in apparenza agiata, forse nemmeno troppo eroica ma la vita di una donna, di una madre e moglie, chiamata dalle necessità della “ditta” a gestirsi e crescere i suoi figli in un continente diverso e per molti versi disagevole.
Furono centinaia i Brianzoli che in quell’epoca, magari un po’ più tardi rispetto al primo approdo di Luisa, si trasferirono nell’Africa post-coloniale francese per cercare di creare un polmone di respiro per la nostra economia locale.
Tanti parlavano un francese relativo, magari simpaticamente frammisto ad espressioni dialettali lombarde.
Aleggiava tra loro un’idea un po’ approssimativa di come si dovesse costruire un’impresa in genere: figuriamoci in Africa.
Eppure avevano voglia di fare e di provarci.
Alcuni avevano cuore e coraggio, altri erano banali avventurieri.
Rino ha descritto tutto questo in un bel romanzo che si intitola “L’Italien”.
Vi narra poco delle vicende della sua famiglia ma molto dei sentimenti e delle attitudini che l’Africa nera sa suscitare nell’istintualità profonda di tutti noi.
Non erano tante le mogli che seguivano i mariti: Luisa, Francalisa, Rita… (ripeto: niente cognomi oggi).
Ma furono la vera forza dei loro uomini in una società in cui non era dato loro di fare molto altro che… le mogli.
Ricordare lei, ora che ci ha lasciati, significa anche ricordare l’epopea di una Brianza che non c’é più ma che potrebbe risorgere per qualunque altra nuova impresa: coraggiosa, solida nei principi, cosciente della sua forza al di là delle deficienze del sistema Italia, ricca ma prudente.
Ciao, madame Luisa, et au revoir.

di Luigi Paganelli, avvocato

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