Attentati Parigi: la libertà è l’antidoto alla Paura

Perché dopo la strage gli Europei devono sentirsi più uguali tra loro

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Amo questa terra.

E’ da sempre la mia patria.

Amo questa gente.

E’ da sempre il mio popolo.

Negli anni ho imparato ad amare soprattutto il principio che regna sovrano in ogni angolo di questa patria: la libertà.

Una libertà solidale, ragionata e compassionevole, che ad onta delle difficoltà economiche promuove il merito di ogni individuo, cercando di non lasciare troppo indietro alcuno.

Una libertà tollerante, compassionevole e ragionata, che ad onta dei dogmatismi istintivi di tanti individui promuove la ricerca della felicità di ciascuno nel rispetto della legge e dei diritti umani.

Certo, come in tutte le realtà civili umane, anche in questa nostra patria si commettono abusi e si generano squilibri sociali. Il sistema però mantiene fermo il fine di generare il massimo di prosperità e giustizia civile diffusi.

Imparando a conoscere per il mondo, ci si accorge che i valori e le finalità di questa patria non sono affatto considerati e difesi come primari ed essenziali in tanti altri luoghi.

Noi li chiamiamo “democrazia”.

I filosofi hanno aggiunto l’aggettivo “occidentale”.

E’ in perenne, tortuosa, a volte sofferta, ma sempre entusiasmante evoluzione.

Costituisce il nostro elemento naturale come l’aria costituisce l’elemento vitale di qualsiasi essere vivente di terra e l’acqua quello di qualsiasi pesce.

Per questo amo da sempre l’Europa e la considero la mia vera Patria.

Imparandone le lingue, si scopre quanto sia comune a tutti noi Europei il principio di libertà che permea la democrazia occidentale.

Da molti anni, però, c’é qualcuno che si organizza per combattere e colpire questa nostra democrazia occidentale.

Fatichiamo a capire perché lo faccia.

Prima si chiamava Al Qàeda. Ora si chiama Isis (o meglio I.S.).

Il problema é che prima stava altrove e si organizzava per venire qui a colpire ma ci era straniero.

Adesso c’é anche qualche migliaio di uomini e donne, ragazze e ragazzi, che sono nati e cresciuti tra noi.

Vanno ad addestrarsi lontano, imparano ad uccidere e tornano pronti a sparare o farsi saltare per aria in mezzo alla gente, senza pietà, senza una logica per noi comprensibile: fanatiche macchine da strage.

Hanno colpito venerdì sera a Parigi.

Potrebbero essere in grado di colpire ancora dovunque, in questa nostra patria.

Confrontati con le stragi che ci siamo inflitti da noi stessi durante la seconda guerra mondiale, questi attentati sono davvero insignificanti, ma c’é l’amplificazione mediatica.

Il nemico lo sa bene, sicché vuole morti di qualità, che diano massima risonanza agli attentati.

Vuole provocarci, perché spera di trascinarci fuori dal nostro mondo e dentro nel suo.

E’ tempo di difenderci ma é essenziale ricordarci cosa davvero vogliamo difendere: le nostre vite ed il nostro modo di esistere, che é il vero bersaglio dell’aggressione nemica.

Non possiamo difenderci, allora, con rimedi che contrastino coi nostri stessi principi.

Sarebbe la vittoria del nemico.

La minaccia però é globale.

Per fronteggiarla occorre che la nostra risposta sia altrettanto corale.

Dall’inizio del millennio ci balocchiamo con le rivalità interne all’Unione Europea.

Abbiamo perso notevoli occasioni di creare il primo nucleo di una vera unione confederale di stati in Europa.

Ogni tanto riusciamo persino a smarrirci in assurde diatribe sul senso della moneta comune e sull’opportunità di uscirne.

Abbiamo, invece, il dovere di dare un senso a queste stragi, di trarne in qualche modo una funzione utile.

Ebbene in questi momenti si sentono espressioni bellicose.

Si invocano vendetta e guerra. Si chiedono misure di sicurezza draconiane.

La reazione istintiva é rispondere alla violenza con la violenza, alla paura con la paura.

Ciò non rientra nei nostri principi.

Non rientra in quella democrazia occidentale che ci identifica e che, proprio perché ne siamo incarnati, é il vero obbiettivo dell’azione distruttiva dell’Isis, del nemico.

La reazione deve essere dura e forte, ma non può essere militarmente tradizionale, anche perché non siamo affatto di fronte ad un fenomeno bellico reale: la guerra vera sono le città rase al suolo dai bombardamenti con migliaia di morti in una notte (e in Europa l’abbiamo ben sperimentata).

La reazione neppure deve essere strutturata su misure che confliggano coi principi della nostra vita civile: come detto, a quel punto avrebbero vinto loro.

Non serve chiudere i confini e sospendere le nostre libertà di movimento o di intraprendere.

Così come non serve che qualche nazione europea decida autonome azioni di guerra in giro per il Medio Oriente o il Maghreb.

Occorre invece che i popoli d’Europa si riconoscano molto più uguali tra loro di quanto abbiano mai pensato.

Tanto più uguali, in quanto tutti veri figli dello stesso spirito democratico occidentale.

E’ assurdo che la nostra potente natura comune la vedano nitidamente i nostri stessi nemici e noi non riusciamo a percepirla ed a viverla con la meravigliosa intensità che merita.

E dunque é tempo di rispondere alla violenza con più Europa e per avere più Europa occorre più Unione, ossia più confederazione con istituzioni condivise e comuni.

Alla paura si risponda con assoluto ricorso ai nostri principi: con la Libertà.

Di Luigi Paganelli, avvocato

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